Allungamento passivo e attivo

In “Allungamento muscolare” abbiamo analizzato questa fondamentale caratteristica dei muscoli che è centrale nel lavoro del Taiji. Continuiamo l’analisi andando ancora più in “profondità”.

Flessibilità e elasticità

Parlando di “allungamento muscolare” sicuramente alla maggior parte dei lettori verrà in mente l’Hata Yoga che in occidente è molto più diffuso del Taiji.

Credo che sia bene evidenziare che l’allungamento dello Yoga e del Taiji sono due cose diverse: nello Yoga si cerca la flessibilità mentre nel Taiji l’elasticità.

La flessibilità è una caratteristica statica: ogni muscolo viene portato al massimo allungamento possibile. L’elasticità è una caratteristica dinamica (proprio in senso meccanico) in quanto implica una forza.

  • Yoga → flessibilità – statica
  • Taiji → elasticità – dinamica

Le due caratteristiche sono solo in parte correlate: entrambe sono il contrario della rigidità. Ma sono anche due “strade separate”.

Affinché ci possa essere elasticità (si possa produrre forza) ci deve essere almeno un certo grado di flessibilità, ma non è necessaria tutta quella flessibilità che riescono ad ottenere i buoni praticanti di Yoga. Viceversa un buon praticante di Yoga (molto flessibile) non riuscirà a produrre la forza di un buon praticante di Taiji.

Quindi una disciplina non è migliore o peggiore dell’altra me è sempre bene comprendere scopi, mezzi e metodi.

Aggiungo come nota per la mia esperienza di pratica nello Yoga che nell’Ashtanga Yoga (o yoga dinamico in genere) non si punta solo sulla flessibilità, ma anche sull’elasticità anche se implicitamente. Ovvero per fare certi passaggi molti complessi in modo naturale senza sforzi serve un uso elastico dei tessuti, ma non ho mai trovato nessuno che abbia spiegato questo in maniera chiara quanto Patrick Kelly nel Taiji. E a dire il vero anche nel Taiji non mi risulta che ci siano altri oltre a Patrick Kelly che spieghino con precisione tali argomenti e forniscono metodi appositi per lavorarci.

Passivo e attivo

“Scendendo più in profondità” la differenza più importante tra flessibilità ed elasticità è nel modo di utilizzare la mente. Patrick Kelly chiarisce bene la differenza utilizzando i termini di “allungamento passivo” e “allungamento attivo” .

L’allungamento passivo è il semplice allungamento del muscolo quando l’articolazione vien portata al massimo dell’apertura senza una generazione di forza elastica. Possiamo pensare ad una qualunque delle posizioni dell’Hata Yoga. Ad esempio con una mano prendiamo un piede, lo portiamo verso il gluteo e allunghiamo il quadricipite.

Un altro modo per generare un allungamento passivo è ad esempio il seguente: ruotare il centro a destra e a sinistra lasciando il busto e le braccia il più rilasciate possibili. Si sentiranno le braccia allungarsi. In questo caso la funzione prima esercitata dalla mano che teneva il piede viene svolta dalla forza centrifuga. Se i tessuti del tronco non sono troppo contratti sentiremo anche questi allungarsi.

L’allungamento attivo invece è quello che genera forza elastica. Inoltre può essere generato anche senza aprire le articolazioni al massimo.

Allungamento nelle braccia

Cerchiamo di chiarire con un esercizio.

Con una mano afferriamo una barra verticale che rimane ferma (un cancello) stendiamo completamente il braccio rilassato. Se tiriamo ulteriormente i tessuti si allungano creando una tensione dovuta allo allungamento passivo.

Facciamo la stessa cosa ma con il braccio piegato. Se riusciamo (cosa non semplice) ad allungare i tessuti, creando una tensione e lasciando aprire leggermente l’articolazione del gomito avremo un allungamento attivo.

Si noti che normalmente se proviamo a tirare i muscoli contraggono (si accorciano) e l’articolazione del gomito chiude.

Inoltre anche il primo se genera forza diventa allungamento attivo.

Mente Profonda

Cosa c’è in più in un allungamento attivo che è in grado di generare forza elastica rispetto ad uno passivo ? Perché viene chiamato attivo?

La differenza sta nella mente: lo stato della mente è differente e appartiene all’ambito della Mente Profonda. Si deve arrivare così in profondità da essere in grado di attivare i muscoli in modo tale che quando vengono sollecitati da una forza esterna siano in grado di generare forza. Andando ancora più in profondità si sarà in grado di “regolare” l’allungamento e (cosa ancora più difficile) il deallungamento.

Lo strumento principale per lo studio della forza elastica è la forma lenta.

Conclusione

L’allungamento passivo a livello superficiale è conosciuto da chiunque, ma allenarlo richiede un buon impegno sia fisico che mentale come nell’Hata Yoga: bisogna “entrare” con la mente nei muscoli e chiedergli di rilasciare togliendo ogni contrazione residua che si oppone. Non vengono generate forze.

L’allungamento attivo ci porta ad un passo successivo, molto più profondo, della mente senza il quale non è possibile generare forze (e modularle) con l’allungamento dei tessuti.. Per tale motivo è poco conosciuto, è difficile parlarne e sono in pochi a poterne dare dimostrazione.

Yogaflessibilitàstaticanessuna forzaallungamento passivo
Taijielasticità (forze)dinamicagenerazione di forzeallungamento attivo

Il Taiji utilizza la forma lenta come principale strumento per lo studio e la generazione della forza elastica.

Una nota a margine: “deallungamento” (“unstretching”) è un termine coniato da Patrick Kelly perché non esiste nel vocabolario. Sempre Patrick ha utilizzato i termini “allungamento passivo” e “allungamento attivo” perché la materia è poco conosciuta e ancor meno studiata quindi non esistevano termini idonei.

Tiziano Moretti